Gheddafi, quarant’anni di potere

Dal golpe contro re Idris al bombardamento su Tripoli ordinato da Reagan, da Lockerbie al Trattato di amicizia con l’Italia: da 41 anni la storia della Libia coincide in tutto e per tutto con quella di Muammar Gheddafi il leader più longevo del mondo arabo.

1969: il 27enne Gheddafi, insieme con altri ufficiali, guida un golpe incruento contro re Idris, giudicato troppo servile verso Usa e Francia. Il colpo di stato porta alla proclamazione della repubblica il 1. settembre dello stesso anno.

1972: le spoglie dei terroristi del Settembre Nero, che avevano compiuto un massacro della squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco, arrivano in Libia accolti con gli onori militari.

1977: Gheddafi istituisce la Grande Jiamahiria, ovvero lo ‘stato delle masse’. L’anno prima, con il Libro Verde che prendeva spunto dalla cromatura della bandiera libica, aveva esposto i principi della sua ‘terza via’ che coniugava panarabismo e socialdemocrazia.

1986: ad aprile gli Usa di Ronald Reagan attaccano Tripoli: nel massiccio bombardamento rimane ferita a morte la figlia di Gheddafi. Illeso il colonnello, avvisato dal governo italiano.

1988: il 21 dicembre esplode un aereo della Pan Am sopra la cittadina di Lockerbie: muoiono le 259 persone a bordo del veicolo e undici abitanti della piccola cittadina scozzese. Dalle indagini emerge il coinvolgimento di due 007 libici. Dopo forti pressioni internazionali, nel 2003 Tripoli “accetterà” la sua responsabilità nella strage.

1998: il 4 luglio a Roma il comunicato congiunto Dini-Mountasser dà  il via al processo di riconciliazione fra l’Italia e la sua ex colonia, culminato con l’accordo di Amicizia e Cooperazione firmato nel 2008 a Bengasi tra Gheddafi e Berlusconi. E’ l’inizio dello sdoganamento di Tripoli.

2003: ad agosto la Libia si accorda con Usa e Gran Bretagna sul pagamento di 2,7 miliardi di dollari alle famiglie delle vittime di Lockerbie. Il 12 settembre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu revoca le sanzioni imposte a Tripoli, di fatto sancendo la fine del suo isolamento internazionale.

I FIGLI DEL RAIS

Saif al Islam, 38 anni, è il secondo dei sette figli del leader libico, nato dalla sua seconda moglie Safiam. Si è sempre distinto dai fratelli, presentandosi come un convinto riformista, deciso a normalizzare i rapporti tra Tripoli e l’Occidente, dopo oltre vent’anni di isolamento, per aprire il mercato libico alle aziende straniere, soprattutto quelle petrolifere. Posizioni che hanno portato il secondogenito a scontrarsi pubblicamente con le elites più conservatrici del Paese, pronte a sostenere i fratelli Mutassim, 36 anni, consigliere alla sicurezza nazionale, e Khamis, comandante delle forze di sicurezza. Ma già nel 2008 il secondogenito di Gheddafi aveva annunciato il suo ritiro dalla vita politica, negando anche in questa occasione ogni contrasto con il padre. Nonostante il suo ritiro dalla politica, Saif al Islam doveva molta della sua influenza anche alla sua posizione di direttore della Fondazione Gheddafi per lo sviluppo, intervenuta in diverse trattative internazionali, tra cui quella per il rilascio, nel luglio 2007, delle infermiere bulgare e del medico palestinese accusati da Tripoli di aver iniettato il virus dell’Hiv a centinaia di bambini. Ma il suo scontro con l’ala più conservatrice al potere a Tripoli è tornato a inasprirsi negli ultimi mesi per  l’arresto di venti giornalisti di al Ghad, il gruppo editoriale legato a Saif, e la chiusura di una delle sue testate. Anche il suo ruolo nella Fondazione è stato ridimensionato, con il ruolo di presidente diventato di fatto puramente onorario.

Ai fratelli che hanno seguito le orme del padre si devono aggiungere anche Al-Sa’adi, il calciatore. Ex capitano della nazionale libica, ha giocato anche in Italia, allenandosi con Juventus e Lazio e giocando nel Perugia, nell’Udinese e nella Sampdoria. Pochi i minuti giocati, giusto  il tempo per rimediare una squalifica per doping. Chiusa la parentesi sportiva, si è dato al business del cinema.  Poi c’è Hannibal, lo scapestrato. Tra le sue imprese una minaccia con un estintore a tre poliziotti italiani nel 2001, un arresto per guida pericolosa a Parigi, due giorni di prigione passati in Svizzera con l’accusa di maltrattamenti su alcuni membri del proprio staff.

Un discorso a parte merita Aisha, l’unica figlia del leader, 35 anni, avvocato a capo di una ong libica per i diritti delle donne e già nel consiglio difensivo di Saddam Hussein. Alcune fonti la davano rifugiata a Dubai insieme ai tre figli e alla nonna Safiam. Ma  è apparsa alla televisione di stato per smentire la notizia della fuga.  Aisha Gheddafi, bella e bionda, insomma è scesa in campo in prima linea, insieme ai militari di Tripoli, per esprimere il suo sostegno alla lotta contro i ribelli, facendosi riprendere su un carro armato. Gheddafi spera così che la sua unica figlia femmina, soprannominata la ‘Claudia Schiffer del deserto’ per la sua avvenenza, possa risollevare il morale delle truppe in un momento in cui i raid della Coalizione internazionale si fanno sempre più pesanti. Alta un metro e ottanta,  è la presidentessa di una fondazione di beneficenza che si interessa di donne maltrattate e bambini in difficoltà. E’ considerata un modello di stile e di bellezza per le donne arabe anche se, ad onor del vero, i suoi capelli biondi , la sua pelle chiara, il suo fisico slanciato si discostano dai canoni tipici della bellezza africana. Aisha ha studiato a Londra e Parigi e ha vissuto per lungo tempo nella capitale francese: il suo look è un perfetto equilibrio tra due mondi, quello arabo e quello occidentale. Ma la sua vita non è stata tutta rose fiori : quando gli Stati Uniti bombardarono il bunker fatto costruire nel deserto dal padre, nel 1986, nel tentativo di scappare infilò, con gli altri fratelli, un corridoio nel quale crollò il soffitto, intrappolandola. Furono liberati solo dopo lunghi e interminabili minuti dopo i quali i bambini uscirono miracolosamente illesi, tranne Hana, la piccola sorellina adottiva che Aisha amava molto. Quella notte non l’ha mai dimenticata: ha voluto che le sue nozze fossero celebrate proprio il 15 aprile, il giorno del bombardamento, e nei pressi del bunker , nel ventesimo anniversario di quella tragica notte. Adesso non ha proprio in animo di mollare papà e fratelli. Anzi. La guerra «ci sta unendo come le dita di una mano», ha raccontato nell’unica apparizione pubblica da quando la Libia è sotto le bombe.  Di Aisha ho un ricordo indiretto. Durante una delle visite a Tripoli ci hanno invitato per pranzo nella sua casa: ricordo che il salone era grande quanto un campo di calcio.

Infine, Saif Al Arab il figlio minore, 29 anni, detto l’occidentale perché ha vissuto per lungo tempo in Germania. La sera del primo maggio è rimasto ucciso in un raid della Nato. Tre bombe hanno devastato la sua casa nella zona di Bab al-Aziziya, a Tripoli. Morti anche  ”tre nipotini della Guida (Gheddafi)” ha dichiarato Moussa Ibrahim, portavoce del governo. Anche se secondo notizie ufficiali Saif non era sposato e non aveva figli. L’obiettivo era probabilmente proprio il rais che in quel momento stava nell’appartamento (insieme alla moglie) e che si è miracolosamente salvato, visto che la casa è stata praticamente rasa al suolo. Saif Al Arab era il meno noto dei figli di Gheddafi. Ha mantenuto sempre una posizione decentrata. Da cinque anni era iscritto alla Technical University di Monaco di Baviera. Più che per gli studi si era distinto per  la rissa con un buttafuori di un night e il fermo a bordo della sua Ferrari con pistola e munizioni.  Dopo l’inizio della rivolta, il giovane Gheddafi era stato mandato dal padre all’est al comando di truppe per combattere gli insorti. Da tempo si erano perse le sue tracce, a tal punto da pensare che fosse passato con i rivoltosi.

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