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La Cirenaica in mano ai fondamentalisti

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Ho già raccontato il rimpianto per una Tripoli che non c’è più, ma dopo Gheddafi non c’è più neanche Bengasi. Cos’è finito della rivolta, di quell’entusiasmo per gli shabab nella cacciata del raìs, la loro voglia di libertà? Anche la capitale della Cirenaica è finita nelle mani dei fondamentalisti, ci sono centinaia di morti e sta nascendo un emirato islamico. Ricordo quelle fughe nel deserto, la paura delle bombe, chissà che fine ha fatto il mio amico Hakim, certamente la baia non offre più quello stupendo panorama che ogni sera dal terrazino mi godevo. Immagini alla rinfusa da un sogno smarrito.

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Bengasi e il fondamentalismo

Eccola la nuova Libia che somiglia tanto alla vecchia. Il 17 febbraio di due anni fa a Bengasi fu assaltato il consolato italiano per la maglietta blasfema di Calderoli che provocò l’anno scorso, nel primo anniversario, la scintilla di quella che poi sarebbe diventata la rivolta. Stavolta è stato attaccato pesantemente il consolato americano, sempre a Bengasi, pare per un film blasfemo. Ma l’attacco è stato così violento da uccidere quattro persone, ambasciatore compreso, segno intanto di una presenza fitta di integralisti islamici, ma anche di elementi di al Qaeda visto che fra le ipotesi c’è anche la vendetta per la morte di un terrorista. Una volta c’era Gheddafi ad arginare in qualche maniera la deriva fondamentalista. Adesso che non c’è più, che hanno vinto loro, quelli della Cirenaica non ci sono più freni. Il paradosso è che è stato proprio l’Occidente ad aiutarli insieme al Qatar che non vede l’ora di esaltare l’Islam. L’ennesimo errore. 

(Per chiarire: gli “afghani” durante la rivolta li ho visti con i miei occhi)

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Cronaca di una misteriosa visita notturna: ecco il progetto di Jabreel per la nuova Libia

Per una settimana è stata letteralmente inviolabile, l’area più blindata di Roma. Colpa di Gheddafi che nell’ultima visita italiana (l’ultima in assoluto della sua vita) aveva scelto come base la villa dell’ambasciatore libico. Ricordo i salti mortali per strappare qualche immagine, magari della famosa tenda piazzata nel giardino. Roba passata, sembra un secolo. Si va avanti e magari, dopo essere stato respinto in tutte le maniere, capita qualche tempo dopo di essere ricevuto passando per la porta principale. A me è successo ieri sera, quasi notte. Mi ha fatto un certo effetto, lo ammetto, vedere quel cancello spalancarsi ed essere invitato nell’immenso salone superdivanato a bere the verde. L’appuntamento a sorpresa era stato organizzato dal padrone di casa, l’ambasciatore Hafed Gaddur, che avevo conosciuto a Lecce. Ex gheddafiano di ferro, protagonista di tutti gli accordi con l’Italia (e non solo), è passato come tanti dalla parte degli insorti (“motivi personali” ha spiegato) e ha voluto farmi incontrare “il dottor Ahmed Jabreel” che non è solo il portavoce del consiglio nazionale transitorio, ma è la vera anima della rivolta, insomma l’anti Gheddafi. L’uomo destinato a essere il leader della nuova Libia. Nessuno, salvo noi, sapeva di questa visita romana improvvisa: è venuto a “ricucire le fila” da quel che ho capito con molti libici che vivono in Europa. Un vero e proprio vertice, velocissimo, perchè stamattina è già ripartito. Controllato a vista da due giganteschi “shabab” mi ha dato l’impressione di un politico di alto livello, sorridente, misurato, serio proprio il contrario del raìs. Le domande sono state tante e le risposte tutte puntuali. La più importante però è stata sul rischio di un’islamizzazione selvaggia (e pericolosa). “No, non c’è questo rischio perchè i fondamentalisti in Libia sono una minoranza. Forse stanno tutti a Bengasi, ma i conti si fanno in tutto il Paese che non ha certo voglia di estremizzare, non siamo l’Egitto. Del resto, la riprova sarà immediata, alle elezioni. Per ora pensiamo alla Costituzione, rifacendoci all’esperienza francese, e stiamo organizzando i partiti perchè bisogna ricominciare tutto da capo dopo una monarchia e un lungo regime. Certo se dovessero vincere i fondamentalisti sarebbe un bel guaio. Ma noi ci batteremo perchè ciò non avvenga”. Gli chiedo ancora: lei sarà il leader da battere? Mi sorprende con la risposta: “Non mi presenterò. Ma appoggerò un partito democratico. Solo dopo una vittoria, che mi auguro, potremmo prendere ufficialmente le redini della nuova Libia”. Insomma sì, proprio un politico fine. Che si batte ma, per ora, senza esporsi. C’è da tifare per lui.

(Gli ho regalato il mio libro “Shabab”. Gli è piaciuta la copertina. Chissà cosa penserà…dopo la traduzione).

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