Archivio per la categoria dopo la rivoluzione

La Cirenaica in mano ai fondamentalisti

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Ho già raccontato il rimpianto per una Tripoli che non c’è più, ma dopo Gheddafi non c’è più neanche Bengasi. Cos’è finito della rivolta, di quell’entusiasmo per gli shabab nella cacciata del raìs, la loro voglia di libertà? Anche la capitale della Cirenaica è finita nelle mani dei fondamentalisti, ci sono centinaia di morti e sta nascendo un emirato islamico. Ricordo quelle fughe nel deserto, la paura delle bombe, chissà che fine ha fatto il mio amico Hakim, certamente la baia non offre più quello stupendo panorama che ogni sera dal terrazino mi godevo. Immagini alla rinfusa da un sogno smarrito.

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Libia nelle mani delle bande armate

KARNAFA-k8zB-U43020291415279BtG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x4431Gheddafi lo aveva drammaticamente predetto: “Dopo di me sarà il caos”. Ma forse neppure l’ex raìs poteva immaginare a che livello di violenza sarebbe sprofondato il suo Paese. La Libia è allo sbando, totalmente nelle mani delle bande armate. Pochi giorni fa è stato sventato un colpo di stato del generale Khalifa Haftar, il nuovo “signore della guerra”. E ora sotto tiro sono i giornalisti che denunciano il sangue sparso dalle milizie islamiche. L’ultimo crimine fa orrore. E’ stata uccisa e sgozzata una giovane reporter televisiva, molto popolare soprattutto nel sud della Libia. Lavorava per l’emittente Al Wataniya. Si chiamava Nasib Karnaf, aveva solo ventitrè anni. Era stata rapita qualche giorno prima a Sabah, a seicento chilometri da Tripoli, uscendo dalla redazione: l’hanno ritrovata la stessa notte in un vicolo con la gola tagliata, sanguinaria consuetudine degli assassini qaedisti che suona anche come messaggio sinistramente simbolico per chi è giornalista e anche donna. Ne ha dato notizia il sindacato generale dei giornalisti libici, che ha esplicitamente accusato “gruppi terroristici” dell’uccisione e ha “esortato il Congresso nazionale e il governo ad interim ad adottare le misure necessarie per la protezione dei giornalisti”. Soltanto tre giorni prima era stato ucciso a Bengasi un altro reporter,  Meftah Bouzid, noto per le sue posizioni duramente critiche nei confronti dell’estremismo radicale. A meno di un mese dai due agguati ai quali era riuscito a sfuggire Hassan Bakush, corrispondente dalla Cirenaica del canale televisivo privato “Libya Li Kullu Ahrar”. Anche in questo caso i principali indiziati sono gli estremisti islamici di Ansar al Sharia. La base è verso il confine con l’Egitto, dalle parti di Tobruk, sotto la guida di Abu Sufian Bin Qumu, già autista di Bin Laden, leader di una cellula accusata dell’assalto all’ambasciata americana di Bengasi, dell’omicidio di almeno cinque fra politici e poliziotti fedeli a Gheddafi e recentemente anche di numerosi sequestri, fra cui quelli degli italiani Scalise e Gallo, rilasciati dopo un mese, e dell’ingegnere veneziano Gianluca Salviati, diabetico, ancora in mano ai rapitori. E forse sarebbe ora di riflettere finalmente sulla follia occidentale di favorire addirittura l’avanzata islamica, contribuendo in maniera determinante alla rivolta contro il dittatore libico.

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Il premier Zeidan: arrestato o rapito?

20131010_zeidan_rapimento_3Il primo ministro della Libia Ali Zeidan è stato liberato. Lo scrive il leader dei Comitati supremi di sicurezza Hashim Bishr su Twitter. e lo comunica la tv di Stato. Secondo quanto dichiarato da Bishr, Zeidan si starebbe recando nel suo ufficio a Tripoli. Bishr, 42 anni, è a capo dei Comitati supremi di sicurezza, milizia privata legata al ministero degli Interni che con i suoi 161mila uomini controlla le strade della capitale libica. Il premier era stato rapito stamani all’alba da uomini armati al Corinthia Hotel di Tripoli, dove risiedeva e portato in un luogo sconosciuto. Una guardia dell’albergo ha descritto l’episodio come un «arresto». «Zeidan sta bene». Poco dopo il rapimento, un funzionario citato dall’agenzia statale Lana aveva comunicato che il premier stava «bene» ed era «trattato bene» e si trovava nel Dipartimento anticrime. La rivendicazione degli ex ribelli. Il blitz è stato rivendicato successivamente dal gruppo di ex ribelli libici “Camera dei rivoluzionari di Libia” che hanno definito un «arresto» il rapimento di Zeidan. «Il suo arresto giunge dopo una dichiarazione di John Kerry sulla cattura di Abu Anas al-Liby, dopo aver detto che il governo libico era al corrente dell’operazione»: così un portavoce del gruppo riferendosi al segretario di Stato americano. Un’azione annunciata. Appena ieri mattina alcuni giornali arabofoni del nord Africa avevano ripreso un appello della Camera dei rivoluzionari di Libia ad azioni violente contro gli Stati Uniti come reazione al rapimento di Abu Anas al-Libi. La “Camera” sarebbe un gruppo autonomo e non, come pure lascerebbe intendere la denominazione che si è data, una aggregazione o alleanza. Nelle ultime sortite, i suoi appartenenti si sono distinti per un linguaggio molto duro nei confronti degli Stati Uniti. Ribelli: arresto su mandato della Procura. Ma il procuratore smentisce. Il gruppo di ex-ribelli ha affermato che l’arresto di Zeidan è stato eseguito con un mandato della Procura generale: «L’arresto del premier è avvenuto su ordine della Procura generale», si legge sulla pagina Facebook del gruppo. L’ufficio del procuratore generale di Tripoli, però, ha smentito di aver emesso un mandato di arresto per Zeidan. Dipartimento anti-crimine: arresto su nostro mandato. In seguito, però, il portavoce del Dipartimento anti-crimine, sezione del ministero dell’Interno, Abdel Hakim Albulazi, ha confermato che Zeidan era «in custodia per un mandato di arresto emesso dal Dipartimento». Albulazi ha detto che Zeidan era «in buona salute e che viene trattato bene come qualsiasi cittadino libico». La cattura di al-Libi dietro il sequestro di Zeidan. Il rapimento di Zeidan è giunto a soli cinque giorni dal sequestro, da parte di un commando americano nella capitale libica, del leader di al Qaeda Nazih Al Ruqai – meglio noto come Abu Anas al-Libi – ritenuto la “mente” degli attentati alle ambasciate americane del 1998 in Kenya and Tanzania. Gruppi estremisti libici, nei giorni scorsi, avevano accusato Zeidan e il suo governo di aver autorizzato segretamente il raid delle forze speciali Usa. Come di fatto rivendicato questa mattina dal gruppo dei rapitori. Il governo aveva annunciato una riunione d’urgenza del Consiglio dei ministri. «Il governo e il Congresso generale nazionale (il Parlamento, ndr) affronteranno questa situazione», aggiungeva la nota, che invitava «i cittadini alla calma». Una foto del premier libico Ali Zeidan al momento dell’arresto era stata diffusa dai rapitori e mostrata da Al Arabiya. Nella foto si vede il premier con una camicia marrone semiaperta e un’espressione accigliata, tenuto sotto braccio da due persone in borghese.

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