pinoscaccia

già redattore capo Rai inviato speciale Tg1

Homepage: http://pinoscaccia.wordpress.com/

“No a una Libia bis”

Francia, Germania e Gran Bretagna si stanno muovendo sul fronte della guerra all’Isis. Noi siamo l’unico grande Paese europeo fermo, presidente Renzi qual è la strategia?
«La posizione dell’Italia è chiara e solida. Noi dobbiamo annientare i terroristi, non accontentare i commentatori. E la cosa di cui non abbiamo bisogno è un moltiplicarsi di reazioni spot senza sguardo strategico. Tutto possiamo permetterci tranne che una Libia bis».
Non teme che così l’Italia rischia di avere un ruolo marginale nella partita libica?
«Se protagonismo significa giocare a rincorrere i bombardamenti altrui, le dico: no grazie. Abbiamo già dato. L’Italia ha utilizzato questa strategia in Libia nel 2011: alla fine cedemmo a malincuore alla posizione di Sarkozy. Quattro anni di guerra civile in Libia dimostrano che non fu una scelta felice. E che oggi c’è bisogno di una strategia diversa».
E noi restiamo fermi…
«No, siamo ovunque. L’Italia è una forza militare impressionante. Guidiamo la missione in Libano, siamo in Afghanistan, in Kosovo, in Somalia, in Iraq. Il consigliere militare di Ban Ki- moon per la Libia è il generale Serra, uno dei nostri uomini migliori. Abbiamo più truppe all’estero di tutti gli altri, dopo gli americani e come i francesi. I tedeschi hanno deciso di aumentare i loro contingenti dopo Parigi, ma ancora non arrivano al nostro livello di impegno. E ciò che loro hanno deciso nel dicembre 2015, noi facciamo dal settembre 2014. Sono fiero e orgoglioso dei nostri militari. Ma proprio perché ne stimo la professionalità dico che la guerra è una cosa drammaticamente seria: te la puoi permettere se hai chiaro il dopo. Quando diventi presidente del Consiglio ti guida la responsabilità, non la smania».
Intanto, però, Hollande interviene, e lei no.
«Ho grande rispetto, stima e amicizia personale per François Hollande. È un uomo molto intelligente, la sua reazione è legittima e comprensibile. Ma lui sta guidando una Francia ferita, che ha bisogno di dare risposte a cominciare dal piano interno. Noi vogliamo allargare la riflessione, lottando contro il terrorismo e domandandoci quale sia il ruolo dell’Europa oggi. Doveroso intensificare la lotta a Daesh, discutiamo del come. E non dimentichiamo che gli attentati sono stati ideati nelle periferie delle città europee: occorre una risposta anche in casa nostra. Ecco perché servono scuole e teatri, non solo bombe e missili. È per questo che per ogni euro speso in sicurezza l’Italia investirà un euro in cultura».
Comincia l’Anno Santo, aumentano i rischi di un attentato?
«I rischi ci sono sempre. Non facciamo allarmismi e non sottovalutiamo niente. Speriamo di replicare il successo Expo».
Il «rosso» Corbyn dice no all’intervento, come lei, mentre i blairiani sono a favore, non la imbarazza?
«Blair passerà alla storia come un gigante, non solo nel Regno Unito. Ma questo non significa che le abbia azzeccate tutte. Credo che sull’Iraq siano stati compiuti errori, possiamo dirlo o è lesa maestà? Detto questo davanti a Daesh e tutte le forme di terrorismo noi siamo pronti, anche militarmente. Se ci sarà una strategia chiara ci saremo. Ma perché questo accada adesso è cruciale un accordo a Vienna sulla Siria e uno a Roma sulla Libia: ci stiamo lavorando. Fa meno notizia di un bombardamento, ma è più utile per sradicare il terrorismo».

(Intervista al premier Renzi sul “Corriere della Sera”)

 

 

 

 

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La Cirenaica in mano ai fondamentalisti

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Ho già raccontato il rimpianto per una Tripoli che non c’è più, ma dopo Gheddafi non c’è più neanche Bengasi. Cos’è finito della rivolta, di quell’entusiasmo per gli shabab nella cacciata del raìs, la loro voglia di libertà? Anche la capitale della Cirenaica è finita nelle mani dei fondamentalisti, ci sono centinaia di morti e sta nascendo un emirato islamico. Ricordo quelle fughe nel deserto, la paura delle bombe, chissà che fine ha fatto il mio amico Hakim, certamente la baia non offre più quello stupendo panorama che ogni sera dal terrazino mi godevo. Immagini alla rinfusa da un sogno smarrito.

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Libia nelle mani delle bande armate

KARNAFA-k8zB-U43020291415279BtG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x4431Gheddafi lo aveva drammaticamente predetto: “Dopo di me sarà il caos”. Ma forse neppure l’ex raìs poteva immaginare a che livello di violenza sarebbe sprofondato il suo Paese. La Libia è allo sbando, totalmente nelle mani delle bande armate. Pochi giorni fa è stato sventato un colpo di stato del generale Khalifa Haftar, il nuovo “signore della guerra”. E ora sotto tiro sono i giornalisti che denunciano il sangue sparso dalle milizie islamiche. L’ultimo crimine fa orrore. E’ stata uccisa e sgozzata una giovane reporter televisiva, molto popolare soprattutto nel sud della Libia. Lavorava per l’emittente Al Wataniya. Si chiamava Nasib Karnaf, aveva solo ventitrè anni. Era stata rapita qualche giorno prima a Sabah, a seicento chilometri da Tripoli, uscendo dalla redazione: l’hanno ritrovata la stessa notte in un vicolo con la gola tagliata, sanguinaria consuetudine degli assassini qaedisti che suona anche come messaggio sinistramente simbolico per chi è giornalista e anche donna. Ne ha dato notizia il sindacato generale dei giornalisti libici, che ha esplicitamente accusato “gruppi terroristici” dell’uccisione e ha “esortato il Congresso nazionale e il governo ad interim ad adottare le misure necessarie per la protezione dei giornalisti”. Soltanto tre giorni prima era stato ucciso a Bengasi un altro reporter,  Meftah Bouzid, noto per le sue posizioni duramente critiche nei confronti dell’estremismo radicale. A meno di un mese dai due agguati ai quali era riuscito a sfuggire Hassan Bakush, corrispondente dalla Cirenaica del canale televisivo privato “Libya Li Kullu Ahrar”. Anche in questo caso i principali indiziati sono gli estremisti islamici di Ansar al Sharia. La base è verso il confine con l’Egitto, dalle parti di Tobruk, sotto la guida di Abu Sufian Bin Qumu, già autista di Bin Laden, leader di una cellula accusata dell’assalto all’ambasciata americana di Bengasi, dell’omicidio di almeno cinque fra politici e poliziotti fedeli a Gheddafi e recentemente anche di numerosi sequestri, fra cui quelli degli italiani Scalise e Gallo, rilasciati dopo un mese, e dell’ingegnere veneziano Gianluca Salviati, diabetico, ancora in mano ai rapitori. E forse sarebbe ora di riflettere finalmente sulla follia occidentale di favorire addirittura l’avanzata islamica, contribuendo in maniera determinante alla rivolta contro il dittatore libico.

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