I viaggi a Tripoli

GHEDDAFI VISTO DA VICINO.

Tripoli (Libia), 12 giugno 2008. Mi aspettavo d’incontrarlo sotto la famosa tenda e mi ero anche abituato all’idea di girare per ore prima di vederlo. Credevo insomma di avere un pò di tempo e di potergli rivolgere alcune domande che mi frullano in testa da anni (anche se già immaginavo la risposta, ma mi piaceva l’idea di sentirla da lui). Soprattutto una: perchè la Libia ci manda tutti questi disperati? Invece niente, nè domande nè tenda nè tempo. Appena messo piedi a Tripoli ci hanno imbarcato su un pullmino e portati di corsa all’aeroporto militare intitolato a Mitiga, una ragazzina uccisa dagli americani ventisette anni fa. L’appuntamento riservato alla ristrettissima stampa italiana era con le celebrazioni per la liberazione della base. E niente disperati, Gheddafi ha parlato per più di un’ora degli Stati Uniti, cioè contro gli Stati Uniti. “Sapete quando ho capito che non potevamo diventare schiavi? Quando ero un giovane ufficiale dell’esercito libico e non potevo entrare qui, a casa mia. Comandavano loro. La monarchia aveva venduto il Paese agli americani come hanno fatto tanti Paesi allora e anche adesso”. Tutta colpa del petrolio. Il discorso è stato lungo, accompagnato dalle ovazioni della folla. Gheddafi ha parlato protetto da un vetro antiproiettile. Ha spiegato perchè quella non può essere la democrazia. Naturalmente grande amicizia con il popolo americano ma, secondo il colonnello, la gente deve ribellarsi perchè il potere è delle masse e non si può invadere il mondo con la violenza. La grande speranza adesso è riposta nel “fratello Obama”, un africano che deve però dimostrare di non avere paura e smetterla di sentirsi schiavo dei bianchi. Gheddafi spera che vinca e gli ha chiesto di pensare innanzitutto ai palestinesi. Poi è andato via di corsa protetto da una decina di auto. Sembrava ringiovanito: nell’aspetto, ma soprattutto nello spirito. Il filmato

IL MERCATINO DI TRIPOLI

Tripoli (Libia), 10 luglio 2008. Lo ammetto: ogni viaggio è sempre un pò una fuga. La voglia di quello spazio di libertà assoluta che, dopo una vita, ormai è diventata un’esigenza primaria. Specie quando il luogo è gradevole. Finito il lavoro, dimenticato Gheddafi, salutati Norberto e i colleghi, accantonati i problemi, anche qui mi sono regalato qualche ora senza meta, passi spontanei mossi da curiosità improvvise, imprevedibili. Così infilandomi nel centro storico mi sono ritrovato in un mercatino pieno di gente e di cianfrusaglie. Non ho comprato niente perchè niente mi ha attirato abbastanza, ma è stato un bagno piacevole. Mi piace guardare la gente, specie quella lontana, e credo che non ci sia un altro posto migliore per conoscerla che nei mercati. Mi è venuto in mente il confronto con Manila dove con difficoltà ho ritrovato le Filippine devastate dai centri commerciali in quella faccia del villaggio globale che non mi piace. Ecco, sull’orlo del lancio “occidentale” del turismo anche la Libia rischia forse di cambiare faccia. Agli amici libici un consiglio: non toccate certi angoli. Qui “senti” il Mediterraneo, ecco il fascino. Ma credo che sia la grande scommessa del leader. Cartoline dalla Libia

 

VACANZE ROMANE

11 giugno 2009. E’ arrivato con tre airbus, tanto era folta la delegazione, e già con un biglietto da visita esplicito. Una data sulla fusoliera: 9.9.99, niente a che fare con la numerologia, semplicemente la data di nascita dell’unione africana, un progetto a lungo inseguito da Moammar Gheddafi. Personaggio comunque forte, grande amante dei simboli e ormai padrone della comunicazione, ha preparato la scenografia con molta attenzione. Intanto, per accrescere il prestigio, si è circondato delle ormai mitiche amazzoni, le imperturbabili guardie del corpo addette alla sua sicurezza. Poi ha ripristinato la divisa, abbandonata da tempo, tornando colonnello, spezzando per questa visita italiana la nuova immagine di leader e fratello del popolo che aveva scelto per dirigere la nuova strada intrapresa dalla Libia, divisa fra democrazia reale e ingresso nel mercato. Ma soprattutto Gheddafi non ha voluto rinunciare alla provocazione attaccandosi al petto una foto in bianco e nero del periodo coloniale. E’ un’immagine storica e dolorosa: l’arresto da parte delle nostre truppe di Omar al Muktar, eroe nazionale libico, che guidò la rivolta, e poi giustiziato. Non solo, Gheddafi si è portato in Italia anche il figlio, ormai anziano e cadente, del “leone del deserto” celebrato anche al cinema. E’ cominciato così un viaggio dentro la Roma non soltanto dei palazzi che durerà giorni, trasformato con maestria in un evento. Compreso il luogo del riposo, dentro quel gioiello di villa Pamphili, accanto alla gigantesca tenda beduina.

All’università La Sapienza

Altra visita: 29 agosto 2010


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