Archivio per ottobre 2013

Il premier Zeidan: arrestato o rapito?

20131010_zeidan_rapimento_3Il primo ministro della Libia Ali Zeidan è stato liberato. Lo scrive il leader dei Comitati supremi di sicurezza Hashim Bishr su Twitter. e lo comunica la tv di Stato. Secondo quanto dichiarato da Bishr, Zeidan si starebbe recando nel suo ufficio a Tripoli. Bishr, 42 anni, è a capo dei Comitati supremi di sicurezza, milizia privata legata al ministero degli Interni che con i suoi 161mila uomini controlla le strade della capitale libica. Il premier era stato rapito stamani all’alba da uomini armati al Corinthia Hotel di Tripoli, dove risiedeva e portato in un luogo sconosciuto. Una guardia dell’albergo ha descritto l’episodio come un «arresto». «Zeidan sta bene». Poco dopo il rapimento, un funzionario citato dall’agenzia statale Lana aveva comunicato che il premier stava «bene» ed era «trattato bene» e si trovava nel Dipartimento anticrime. La rivendicazione degli ex ribelli. Il blitz è stato rivendicato successivamente dal gruppo di ex ribelli libici “Camera dei rivoluzionari di Libia” che hanno definito un «arresto» il rapimento di Zeidan. «Il suo arresto giunge dopo una dichiarazione di John Kerry sulla cattura di Abu Anas al-Liby, dopo aver detto che il governo libico era al corrente dell’operazione»: così un portavoce del gruppo riferendosi al segretario di Stato americano. Un’azione annunciata. Appena ieri mattina alcuni giornali arabofoni del nord Africa avevano ripreso un appello della Camera dei rivoluzionari di Libia ad azioni violente contro gli Stati Uniti come reazione al rapimento di Abu Anas al-Libi. La “Camera” sarebbe un gruppo autonomo e non, come pure lascerebbe intendere la denominazione che si è data, una aggregazione o alleanza. Nelle ultime sortite, i suoi appartenenti si sono distinti per un linguaggio molto duro nei confronti degli Stati Uniti. Ribelli: arresto su mandato della Procura. Ma il procuratore smentisce. Il gruppo di ex-ribelli ha affermato che l’arresto di Zeidan è stato eseguito con un mandato della Procura generale: «L’arresto del premier è avvenuto su ordine della Procura generale», si legge sulla pagina Facebook del gruppo. L’ufficio del procuratore generale di Tripoli, però, ha smentito di aver emesso un mandato di arresto per Zeidan. Dipartimento anti-crimine: arresto su nostro mandato. In seguito, però, il portavoce del Dipartimento anti-crimine, sezione del ministero dell’Interno, Abdel Hakim Albulazi, ha confermato che Zeidan era «in custodia per un mandato di arresto emesso dal Dipartimento». Albulazi ha detto che Zeidan era «in buona salute e che viene trattato bene come qualsiasi cittadino libico». La cattura di al-Libi dietro il sequestro di Zeidan. Il rapimento di Zeidan è giunto a soli cinque giorni dal sequestro, da parte di un commando americano nella capitale libica, del leader di al Qaeda Nazih Al Ruqai – meglio noto come Abu Anas al-Libi – ritenuto la “mente” degli attentati alle ambasciate americane del 1998 in Kenya and Tanzania. Gruppi estremisti libici, nei giorni scorsi, avevano accusato Zeidan e il suo governo di aver autorizzato segretamente il raid delle forze speciali Usa. Come di fatto rivendicato questa mattina dal gruppo dei rapitori. Il governo aveva annunciato una riunione d’urgenza del Consiglio dei ministri. «Il governo e il Congresso generale nazionale (il Parlamento, ndr) affronteranno questa situazione», aggiungeva la nota, che invitava «i cittadini alla calma». Una foto del premier libico Ali Zeidan al momento dell’arresto era stata diffusa dai rapitori e mostrata da Al Arabiya. Nella foto si vede il premier con una camicia marrone semiaperta e un’espressione accigliata, tenuto sotto braccio da due persone in borghese.

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La nuova Libia in pieno caos

Gheddafi negli ultimi giorni di vita lo aveva detto: “Senza di me sarà il caos”. In effetti, la nuova Libia è sull’orlo del baratro, divisa tra una difficile ricerca di democrazia e la totale anarchia. Dalla caduta del raìs c’è stato un assassinio politico ogni dodici giorni.E’ vero che Gheddafi, concentrando per quarant’anni tutto il potere su di se, ha lasciato un Paese senza istituzioni, senza una parvenza di società civile, senza un sistema economico strutturato, quindi c’è l’oggettiva difficoltà nell’inventare dal niente uno Stato. Il primo ministro Alì Zeidan non è stato capace finora di garantire un processo di pacificazione, con l’applicazione di uno Stato di diritto e il ripristino di minime condizioni di sicurezza. Il governo non controlla molte zone del Paese, soprattutto in Cirenaica. Così nati i tuwwar, bande armate dei ribelli che hanno occupato il territorio libico costituendosi in piccoli gruppi di potere. La popolazione è sempre più esasperata dalla presenza intimidatoria di queste bande armate a suo tempo protagoniste della rivoluzione e un “vento egiziano” potrebbe presto scuotere anche Tripoli. La contro-primavera in definitiva non solo ha portato caos e instabilità ma sta facendo precipitare la produzione del petrolio, unica risorsa del Paese, crollata del 70 per cento in un mese per disordini e scioperi in Cirenaica che hanno provocato la chiusura dei terminal a Ras Lanouf e in altri centri importanti. Oggi la Libia esporta soltanto 330 mila barili al giorno contro una media di quasi un milione e mezzo del passato. A Bengasi, dove è partita la rivolta, si vive un’altra Libia, agitata da sommosse, vendette e scontri sull’islamismo, frutto anche dello storico separatismo dalla Tripolitania. I parlamentari vivono sotto il ricatto delle milizie e sono addirittura sequestrati durante incontri politici. La fragilissima Alleanza nazionale di Mahmoud Jibril e gli islamisti della Fratellanza Musulmana devono oltretutto fare i conto con possibili complotti dei lealisti del vecchio regime. La Nato e l’Europa, dopo aver spinto per deporre il vecchio regime, oggi non esistono più mentre s’insinua il pericolo neanche troppo nascosto della presenza inquietante di al Qaeda, grazie anche alle frontiere colabrodo. Una volta c’era Gheddafi, bisogna dirlo, ad arginare in qualche maniera la deriva fondamentalista. Adesso che non c’è più, che hanno vinto quelli della Cirenaica non ci sono più freni. Il paradosso è che è stato proprio l’Occidente ad aiutarli appoggiando l’emiro del Qatar che ha un progetto chiaro: diventare leader del Grande Islam.

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