Archivio per gennaio 2012

Undici morti per una maglietta

 18 febbraio 2006. Undici libici morti e trenta feriti a Bengasi, cittadina sul mare Mediterraneo nel golfo della Sirte a mille chilometri da Tripoli, durante una manifestazione di protesta davanti al consolato italiano. Una protesta contro l’iniziativa del ministro italiano per le Riforme, Roberto Calderoli, di indossare nei giorni scorsi una maglietta anti Islam sulla quale era stampata una delle vignette satiriche su Maometto. Ad assaltare il consolato (nessun italiano è stato coinvolto negli scontri)  sono state “un migliaio” di persone: le forze dell’ordine, una sessantina di agenti, sono state praticamente travolte e non sono riuscite a contenere la contestazione. Sermoni di protesta per l’iniziativa del ministro Calderoli si sono tenuti oggi in diverse moschee, durante le preghiere del venerdì in Iraq e in Afghanistan, a Nassiriya e ad Herat, due città dove sono presenti i militari italiani. Berlusconi: “deve dimettersi”. Calderoli: “non ci penso neanche”.  Prima che giungesse notizia degli incidenti libici, lo stesso Berlusconi aveva preso nettamente le distanze dal suo ministro. «È stata una sua iniziativa assolutamente personale – ha detto Berlusconi a Perugia – il governo è stato assolutamente chiaro ed è in disaccordo, in disaccordo totale». E dopo la dissociazione, la sfiducia: «Il ministro Calderoli è tenuto a dimettersi. Sono stato in collegamento anche con Umberto Bossi e anche da Bossi è arrivata una condanna».Ieri la stessa posizione era stata tenuta dal viceprimo ministro Fini. Calderoli non ha comunicato alcuna intenzione di lasciare. Anzi, appena saputo degli scontri, ha commentato: «Pentito? Ma stiamo scherzando? Attentati e violenze di matrice islamica sono cominciate molto prima di qualunque maglietta». “Il ministro maiale” E adesso rischiano anche i contingenti italiani in Iraq e in Afghanistan.

Sui media leghisti, niente. Neanche una riga sulla prima pagina della Padania, malgrado il foglio del Carroccio apra sugli incidenti di ieri a Bengasi. E anche peggio sul sito ufficiale della Lega Nord, dove non c’è nemmeno la notizia degli undici morti in Libia. Curiosa dimenticanza, che ovviamente tale non è. Lo si capisce dal silenzio degli altri del partito. E dalle parole – non certo entusiaste – dei pochi che parlano. Per esempio Castelli: “Una sua iniziativa personale”. O di Maroni: “Io non ho bisogno della maglietta della salute…”. E pensare che il ministro vignettista – attaccato pesantemente perfino dal vescovo della sua città – sostiene che il popolo della Padania è tutto con lui. Magari è così, ma è un fatto che il giornale omonimo della gente padana celi con accuratezza il legame di causa-effetto tra la “spiritosissima” t-shirt anti-Maometto e i fatti di Bengasi. Sul sito web della Lega Nord, aggiornatissimo sui fatti di ieri – dalla relazione dei Servizi alla sentenza shock della Cassazione sullo stupro – non solo non c’è Calderoli, ma è perfino assente la notizia dell’assalto al consolato. E la curiosa dimenticanza, che dimenticanza non è, persiste anche sul sito internet della Padania, che significativamente si apre sulla questione dell’inno dei sudtirolesi. Peggio della censura è l’autocensura, dice chi se ne intende. Curioso che ciò avvenga sui media di un partito che, unico in Italia, si è scagliato contro chi non pubblica le vignette su Maometto. Quegli stessi media che, in sparutissima compagnia, quelle vignette le hanno subito pubblicate. Anche su purissimo cotone padano.

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L’emiro del Qatar dietro la rivolta

Il suo nome completo è Hamad bin Khalifa Al Thani, ha sessant’anni. E’ l’emiro del Qatar, gestisce un flusso di denaro enorme (grazie a petrolio e gas) che rende i suoi pochi cittadini i più ricchi del pianeta.  Straricco dunque, ma mai stimato: Gheddafi lo chiamava “il ciccione”,  Mubarak parlava del suo Paese come di “una scatola di fiammiferi”. Non c’è dubbio che Al Thani si è vendicato. Perché tutti sanno ormai che dietro le rivolte in Libia e in Egitto c’è questo personaggio che vuole diventare il leader del Medio Oriente anche approfittando della sonnolenta politica estera saudita, condotta da ottantenni alle prese con problemi interni. Intanto, per evitare ogni possibilità di rivolta, l’emiro ha aumentato del sessanta per cento lo stipendio a tutti i dipendenti pubblici, fissando per il 2013 nuove elezioni (tanto il Parlamento ha solo potere consultivo). Poi per entrare dalla porta principale nel mondo mediatico ha aperto quella che è diventata la più potente emittente televisiva araba, “Al Jazeera”: gli costa almeno 300 mila dollari l’anno ma ne vale la pena. E proprio la televisione del Qatar ha fatto da cassa di risonanza alla cosidetta “primavera araba” spesso manipolando le informazioni, fino a scendere in Libia direttamente in campo, cioè con i soldati, oltre che rifornire di armi i ribelli (che da Doha conducevano sul web la rivolta). Ma le mire di Al Thani non si sono fermate alla caduta del raìs tanto che l’ambasciatore all’Onu della nuova Libia si è apertamente lamentato: “Vogliono dominarci”. In Egitto si è limitato, per così dire, solo a un aiuto economico versando 500 milioni di dollari per la ricostruzione e promettendo dieci miliardi. Ma l’emiro non è certo un filantropo, ha idee chiarissime. Sunnita wahabita sogna un panarabismo sotto l’Islam radicale. Da anni ospita attivisti islamici in esilio e sostiene Hamas, i salafiti, i fratelli musulmani e persino i talebani ai quali sta aprendo addirittura un’ambasciata in Qatar. Ospita la più grande base americana dell’area, ma conserva ottimi rapporti con l’Iran. “Non abbiate paura della sharia – ripete – sarà l’antidoto all’estremismo”. Nessuno si azzarda a protestare: il generosissimo leader di Doha (ha appena versato 50 milioni alla Francia) vanta almeno quaranta alte onorificenze al mondo. Fra le pochissime che si è autoconsegnato ce n’è una curiosa: Gran Maestro dell’Ordine della Galanteria. Chissà come l’ha meritata.

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