Chi c’è adesso a Tripoli

(…) Peccato che, proprio mentre i nostri soldati muoiono in Afghanistan per prevenire il ritorno di Al Qaeda (almeno questo si continua a dire) la Nato e le forze occidentali, inseguendo il miraggio di nuovi business e nuovi appalti per la ricostruzione, nella guerra libica stanno sostenendo una “liberazione” all’interno della quale giorno dopo giorno trovano sempre più spazio i gruppi filo-qaedisti e salafiti, ossia proprio coloro additati come il pericolo numero uno dopo l’11 settembre. Ed infatti il futuro della Libia è tutt’altro che certo. Democratica? Non sarà semplice. Unità? Non sarà semplice. Libera da un nuovo fondamentalismo? Non sarà semplice. Un nuovo Iraq? Potrebbe non essere una possibilità remota. Il giallo dei missili spariti. Secondo la Cnt e secondo le analisi degli esperti militari, all’appello mancherebbero 12.500 missili Sam 7 di fabbricazione sovietica che dovevano essere nei depositi militari di Gheddafi. Dove sono finiti? L’ipotesi principale è che alcuni 007 di Gheddafi, vista l’imminente fine del regime, abbiamo pensato bene di fare cassa e li abbiano venduti ad alcuni gruppi legati ad Al Qaeda del Niger. Una vendita last minute, prima di scappare. Il rapporto ambiguo Cnt-salafiti. Tra coloro che hanno preso le armi contro Gheddafi ci sono anche numerosi combattenti che si ispirano al salafismo e che fanno parte di gruppetti che al momento sono rimasti fuori sia dal governo provvisorio sia dai governi locali. Utili prima e pericolosi adesso. Tra questi c’è il capo dei salafiti di Tripoli, Suffian detto al Gomma, che è stato recentemente arrestato dagli uomini della Cnt e portato a Bengasi per essere interrogato. (…)

Con il silenzio-assenso della Cnt, a Tripoli si è formata una milizia irregolare incontrollabile e ben armata composta da circa 200 uomini, alcuni dei quali veterani dell’Afghanistan. La Cnt ha di fatto delegato a questo gruppo il controllo dell’ordine pubblico in alcune aree di Tripoli. Ma non mancano i rischi: i 200, per quanto filo qaedisti, cercano di dissimulare la loro posizione. E l’allarme (inascoltato) lanciato dagli osservatori più attenti è che esponenti dei gruppi filo-qaedisti e salafiti cerchino di entrare, anzi di infiltrarsi, nei nuovi ranghi dell’esercito e dei servizi segreti. Se così avvenisse ci verificherebbe una situazione modello Pakistan, dove una parte dell’Isi è alleata dell’occidente e l’altra la combatte. Situazione potenzialmente esplosiva. (…)

Per l’Italia solo botte e un memorandum di cooperazione che Jalil non ha nemmeno firmato, dal momento che non poteva concedere a noi quello che ha già venduto agli altri. Anche gli 007 sono molto più impegnati a fare la guerra all’Italia che ad Al Qaeda (gli affari prima di tutto) e l’unica fortuna viene dal fatto che, nonostante Berlusconi e Frattini, negli ultimi tempi c’è stata una netta ripresa delle attività operative italiane sul campo, che al momento stanno scongiurando il tracollo. Ma l’intelligence senza alle spalle un governo autorevole e forte è comunque indebolita e circondata. Ad ogni modo, come appare chiaro ogni giorno, prima gli affari, poi la democrazia e la sicurezza. E se Parigi valeva bene una messa, i pozzi petroliferi valgono bene il ritorno di Al Qaeda. Al massimo si potrà fare l’invasione-bis della Libia per “liberarla” dal fondamentalismo islamico. E poi spartirsi una nuova ricostruzione. Tuttavia la speranza di una Libia unita e democratica non è ancora del tutto svanita. Ma ci sarebbe bisogno di un deciso cambio di rotta, che al momento nessuno vede. Gianni Cipriani per Globalist.ch

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